Napoli Milionaria!

Napoli Milionaria! è una commedia scritta da Eduardo De Filippo nel 1945.

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Nel 1942, in un tipico basso napoletano, si aggira ciabattando Maria Rosaria, figlia di Gennaro Iovine, con un’enorme caffettiera napoletana. Dopo poco compare il figlio Amedeo, stravolto dal sonno, che chiede se il padre stia ancora dormendo. Gennaro è sveglio da tempo: prima per il bombardamento notturno, e ora per le grida di un litigio che si sta svolgendo fuori in strada, dove si distingue la voce alterata di sua moglie Amalia che si sta contrastando con una concorrente del rione per la vendita abusiva di caffè. Amalia, infatti, si arrangia con la borsa nera e con la mescita casalinga del caffè, a cui i napoletani non rinunciano neppure in questo secondo anno di guerra.

Gennaro si rassegna ad alzarsi e, mentre si sta radendo arrivano i primi avventori, tra cui il ragioniere Spasiano venuto per comprare, a caro prezzo, qualche alimento per la sua famiglia da Amalia, che lo sta praticamente dissanguando della poche proprietà che ancora gli rimangono. Gennaro non è d’accordo con i traffici della moglie, ma capisce anche che senza quella vendita illegale la famiglia farebbe la fame; perciò, avvertito dell’imminente arrivo del brigadiere Ciappa, venuto per arrestarlo, si rassegna a fare la parte del morto, steso immobile e rigido sul letto dove sono nascosti generi alimentari di contrabbando. I familiari, che hanno allestito una veglia funebre con tanto di monache salmodianti in latino maccheronico, e che nascondono pantaloni sotto la veste, tra pianti strazianti implorano il brigadiere di rispettare il morto e il loro dolore. Il brigadiere, che conosce i suoi polli, insiste perché Gennaro la finisca con quella farsa, tanto più che sta avvenendo in quel momento un nuovo bombardamento che ha causato una fuga generale degli addolorati presenti. Il brigadiere rispetta, ammirato, il coraggio del finto morto, che non muove un ciglio tra le esplosioni e le rovine delle case colpite dalle bombe, e gli promette che non lo arresterà. Il morto a quel punto “risorge”.

È passato del tempo: Napoli è stata liberata dagli Alleati. Il basso è stato rinnovato e ristrutturato. Amalia, vestita a festa e carica di gioielli, ha fatto fortuna associandosi – ormai la guerra al Sud è finita – in commerci poco puliti con Settebellizze (un autista e proprietario di camion) di cui quel giorno si festeggerà il compleanno e che, nell’occasione, propone alla donna di unire i loro sentimenti d’amore agli affari. Ma Amalia, anche se a malapena, rifiuta perché è convinta che Gennaro, preso prigioniero dai Tedeschi durante le Quattro Giornate e di cui non si hanno notizie da diversi mesi, alla fine tornerà a casa.

La guerra ha lasciato le sue rovine, la famiglia Iovine si sta disgregando: la figlia Maria Rosaria, non più sorvegliata e guidata dalla madre, è rimasta incinta di un soldato americano che l’ha lasciata ed è tornato al suo paese; Amedeo ruba i pneumatici delle auto insieme a Peppe ‘O Cricco, specializzato appunto ad alzare le auto con la spalla per sfilare le ruote.

Questa è la famiglia che ritrova Gennaro tornato inaspettatamente in quel giorno di festa. Vorrebbe sfogarsi, raccontare le sue sofferenze e peripezie, ma nessuno sta ad ascoltarlo, tutti vogliono festeggiare Settebellizze e non pensare più alle pene della guerra ormai finita. Gennaro lascia, amareggiato, la compagnia e preferisce stare vicino alla figlia più piccola, ammalata.

«La guerra è finita», ripetono tutti: Gennaro, invece, è convinto che ora si stia combattendo un’altra guerra: quella della povera gente che ha perso, per le sciagure attraversate, tutti i valori e l’onestà della vita precedente e che ora deve recuperare. Questo dice Gennaro al brigadiere Ciappa, venuto ad avvertirlo che dovrà arrestare il figlio se lo sorprenderà quella sera mentre sta rubando. Gennaro, rassegnato, lo invita a fare il suo dovere. Una disgrazia più grande ha colpito la famiglia: la piccola ammalata morirà se non si troverà una medicina che sembra essere irreperibile in tutta Napoli. Tutti si sono mobilitati alla sua ricerca, ma non c’è niente da fare: Amalia, disperata, sospetta che la tengano nascosta per farne alzare il prezzo: anche lei ha fatto così per la vendita delle sigarette. La medicina la porterà il ragioniere Spasiano, che l’ha dovuta usare per i suoi figli: la darà ad Amalia senza pretendere niente in cambio anche se, quando si trattava di non far morire di fame i suoi figli, Amalia non è stata altrettanto generosa non pensando che «Chi prima, chi dopo ognuno deve bussare alla porta dell’altro».

La bambina si salverà se supererà la nottata; Amedeo, rinsavito, non è andato a rubare: tornerà a lavorare onestamente; Maria Rosaria resterà in famiglia con il suo bambino. Anche Amalia ha capito di avere sbagliato a farsi prendere dalla brama del denaro e ora piange sui suoi errori, confortata dal marito, a sperare, perché ora non rimane che aspettare: «S’ha da aspetta’ Ama’. Ha da passa’ ‘a nuttata».