L’importanza di Chiamarsi Ernesto

La commedia, una delle più famose di Oscar Wilde, fu messa in scena per la prima volta il 7 marzo 1895.

ernesto

Sull’autore incombeva un processo per atti osceni che, pochi mesi dopo, si sarebbe concluso con una condanna a due anni di carcere duro. Wilde scontò la pena in condizioni terribili che lo minarono irrimediabilmente nel morale e nel fisico, portandolo nel 1900 alla morte, a soli 46 anni.

Lo stile di vita di Wilde era conosciuto da tutti, non solo in Inghilterra, senza essere oggetto di particolari censure; quando, però, si trovò coinvolto il figlio di un importante marchese, apriti cielo: tutti coloro che, ipocritamente, fino ad allora avevano finto di ignorare o addirittura avevano dichiarato di approvare la condotta dello scrittore, gridarono altrettanto ipocritamente allo scandalo e applaudirono alla sentenza di condanna.

Centoquindici anni fa, insomma, quello che contava era l’apparenza, e non la sostanza; il nome, non la persona; il chiamarsi “onesto”, non l’esserlo effettivamente.

Tutta la commedia, in effetti, è una denuncia della superficialità e dell’ipocrisia di una società preoccupata esclusivamente di “comparire”: fin dal titolo, che gioca sul fatto che, in inglese, il nome proprio “Ernest” e l’aggettivo “earnest”, che vuol dire serio, affidabile, onesto, si pronunciano alla stessa maniera. L’importante è chiamarsi Ernest, non necessariamente esserlo.

Il primo atto si apre a Londra nella casa di un giovane aristocratico, Algernon Moncrieff, nel momento in cui si presenta alla porta il suo amico di vecchia data, Ernest Worthing. Grazie a un portasigarette dimenticato da quest’ultimo in casa di Algernon, questi scopre che il vero nome di Ernest è Jack: egli, abitando in campagna, finge di avere uno scapestrato fratello a Londra, di nome Ernest, per poter condurre una vita di piaceri. In campagna, infatti, egli è il tutore della giovane Cecily Cardew e, in quanto tale, deve assumere un comportamento moralmente ineccepibile. Cecily è la nipote di Thomas Cardew, padre adottivo di Jack. A sua volta, Jack scopre che anche Algernon conduce una doppia vita grazie all’invenzione di un povero amico invalido, chiamato Bunbury.

Jack si trova in città per proporsi a Gwendolen Fairfax, cugina di Algernon. Dichiarato il suo amore alla giovane, alla quale si presenta con il nome di Ernest, questa ricambia il sentimento; è sua ferma intenzione, però, sposare solo un uomo chiamato Ernest, in quanto quel nome le “procura delle vibrazioni” e ha un suono che scalda il cuore a sentirlo. Per ottenere il consenso al fidanzamento, Jack ha successivamente un colloquio con la madre di Gwendolen, lady Augusta Bracknell, zia di Algernon; in questa occasione si viene a sapere che Jack è un trovatello: Thomas Cardew, infatti, lo trovò, neonato, in una capiente borsa di cuoio dimenticata nel deposito bagagli di Victoria Station. A sentire ciò, lady Bracknell, indignata, nega il permesso per il fidanzamento, a meno che Jack non si trovi dei genitori entro la fine della stagione.

Gwendolen non si scoraggia e chiede a Jack l’indirizzo della sua casa di campagna; Algernon, ascoltando la conversazione, si segna l’indirizzo, intenzionato a far visita alla piccola Cecily.

Nel secondo atto la scena si sposta in campagna, nella dimora di Jack, dove vivono Cecily e la sua anziana istitutrice, miss Prism. Algernon si presenta alla tenuta dichiarando di essere Ernest, lo scapestrato fratello di Jack, e si innamora della giovane, la quale contraccambia: anch’ella, infatti, è intenzionata a sposare soltanto un uomo di nome Ernest, ritenendo, come Gwendolen, che esso abbia qualcosa di speciale. Quando Jack arriva vorrebbe costringere Algernon ad andarsene ma egli, intenzionato a fidanzarsi con Cecily, torna di nascosto. Nel frattempo, entrambi chiedono al pastore della chiesa locale, reverendo Chasuble, di essere battezzati per risolvere una volta per tutte la questione del nome.

Intanto anche Gwendolen, desiderosa di fidanzarsi con Ernest, raggiunge la casa di campagna di Jack, dove incontra Cecily. Dopo qualche battuta le donne scoprono di essere fidanzate con quello che credono essere lo stesso uomo, ovvero Ernest. Dopo aver chiesto spiegazioni ai rispettivi fidanzati e scoperta la verità, si ritirano indignate.

Il terzo atto si apre con l’arrivo di lady Bracknell, venuta a ricondurre a Londra la figlia. Venuta a conoscenza che il nipote Algernon è intenzionato a sposare Cecily, dopo un rifiuto iniziale, concede il permesso tenuto conto dell’ingente rendita della giovane, ereditata dal nonno. È Jack tuttavia a negare il consenso per le nozze, sperando con questo di strappare a lady Bracknell l’autorizzazione per il proprio matrimonio con Gwendolen. Tuttavia la donna è irremovibile, e tutto sembra concludersi, quando il reverendo Chasuble nomina miss Prism: a sentire quel nome, la zia Augusta chiede di vedere immediatamente l’educatrice. Si viene a scoprire che ella era un tempo alle dipendenze di lady Bracknell come bambinaia e che un giorno, uscita con il neonato a lei affidato, non era mai più tornata: la carrozzina era stata trovata vuota e miss Prism e il piccolo erano scomparsi. La governante confessa che quel giorno era uscita con una grande borsa di cuoio e che, in un attimo di distrazione, aveva riposto il bambino nella borsa, per poi dimenticarla nel deposito bagagli di Victoria Station. Jack si riconosce nel neonato dimenticato da miss Prism nella borsa e scopre di essere in realtà fratello maggiore di Algernon.

Scoperta la parentela, lady Bracknell autorizza le nozze tra Jack e Gwendolen, ma rimane ancora il problema del nome: Jack, infatti, non essendo mai stato a conoscenza delle sue origini, ha un nome che non è il suo. Dato che la zia Augusta dice che questi era stato chiamato come il suo defunto padre (un generale dell’esercito inglese), di cui né lei né Algernon ricordano il nome, Jack consulta gli elenchi militari scoprendo che il padre, e quindi anch’egli, si chiamava effettivamente Ernest.